23 novembre 1938: Nina Virando, moglie del diplomatico Ettore Grande, muore a Bangkok. Si è sparata, sostiene il marito. Ma la famiglia di lei non è convinta. E parte subito per il Siam.
di Enzo Catania

Tra "i misteri" ormai inghiottiti dalla Storia ce n'è anche qualcuno che visse il suo decollo e il suo epilogo all'estero ma che poi cercò inutilmente in Italia la chiave per spiegarne trame e colpe. Nel Gotha della "grande nera" uno dei più noti è sicuramente il "caso Grande", che i cronisti dell'epoca etichettarono anche come "vicenda del diplomatico e della bella sposa".
Incominciò con l'enorme meraviglia da parte del prefetto di Torino nel vedersi recapitare alle 21,15 del 23 novembre 1938 un telegramma "urgente". Gli si comunicava che "la cittadina Vincenzina Virando", moglie del primo segretario dell'ambasciata italiana in Siam, era deceduta quella stessa mattina a Bangkok "per incidenti involontari". L'alto funzionario del ministero degli Interni era già a tavola per la cena e il boccone gli restò di traverso ma avrebbe soprattutto fatto un balzo sulla sedia se avesse saputo che quel telegramma nascondeva una bugia: a Bangkok, sia Ettore Grande, marito di "Nina", sia i servitori, sia quanti avevano avuto modo di vedere il cadavere, si dichiaravano convinti che la donna si fosse sparata.
Nel corso della notte Arnaldo Virando, un fratello della morta, ottenne faticosamente la linea con Bangkok e volle che il cognato gli raccontasse per filo e per segno cos'era accaduto. Ed Ettore Grande con la voce carica d'emozione gli disse: "Qualcuno, me incluso, ritiene d'avere udito due detonazioni. Qualcun altro ne avrebbe sentito tre, fors'anche quattro. Ciò che mi pare certo è che Nina voleva uccidersi e si è uccisa. Per giunta con la mia pistola, nella nostra camera da letto, mentre io ero sotto la doccia. Una sciagura. Uno scandalo". Riattaccata la cornetta Arnaldo Virando fu assalito da un interrogativo atroce: " Chi può assicurarmi che invece non è stata ammazzata?".
Appena tre mesi e mezzo prima tutti i Virando si erano recati a Venezia per salutare Nina ed Ettore, sposi da sette giorni, che si imbarcavano sul "Conte Rosso" per l'Oriente. Lui era sorridente. Lei, che nei bauli aveva sistemato un'intera collezione di modelli esclusivi, appariva un po' turbata per il distacco dai genitori. La stessa Nina poi aveva scritto: "Vi ricordate della vostra e indisciplinata figliola? Domata da Ettore, tanto buono e caro...". Di nuovo dunque cosa poteva essere accaduto che loro non sapevano? Non c'era che un modo: recarsi immediatamente a Bangkok.
Perciò Arnaldo Virando telegrafò al cognato: "Fai imbalsamare la salma. Noi arriveremo al più presto". E ai giornalisti che l'attorniavano, diede una versione di comodo, disse insomma che probabilmente Nina era caduta da cavallo. Ma il bravo Arnaldo ben sapeva che il matrimonio tra la sorella e il diplomatico forse non era proprio nato in un clima di grandissimo amore. Certo, si erano voluti bene ma c'era mai stata la vera grande scintilla che fa di due cuori una capanna?
Ettore e Vincenzina si erano conosciuti al caffè "Baratti" di Torino appena la sera del 14 maggio 1938. E l'incontro era stato favorito da un amico comune. Il diplomatico proveniva dal Belgio, dopo essere passato dalla Tunisia, la Francia, la Svizzera, la Germania, l'Albania. Il suo curriculum era di quelli che potevano definirsi "brillanti". La nuova destinazione del Siam non lo inquietava affatto. Lo inquietava invece il regolamento del fascismo secondo il quale, nel rispetto di norme demografiche generali, i diplomatici oltre i 35 anni non potevano essere ancora scapoli. E Grande i 35 anni li aveva compiuti in gennaio.
E poiché i diplomatici, sempre secondo il regolamento non potevano sposare donne straniere, lui aveva gran fretta di regolare la sua posizione: i superiori avevano già chiuso abbastanza gli occhi per quei mesi di ritardo in virtù della sua carriera specchiata ma era chiaro che prima o poi gli avrebbero presentato il conto. Ma ecco Vincenzina Virando, 25 anni, bionda e piacente, occhi luminosi, dal casato rispettabile, genitori ricchissimi e proprietari di una nota gioielleria. Lui non era propriamente un adone, aveva spalle strette e curve, la voce un po' chioccia ma aveva il grande fascino del diplomatico che aveva girato il mondo, destinato a diventare uno dei più carismatici ambasciatori del Regno. Cos'altro avrebbero potuto sognare di meglio una ragazza in età da marito e due bravissimi genitori ai quali non dispiaceva affatto quel piedistallo sociale su cui stava il futuro genero?
Vero che Nina per qualche tempo aveva avuto un innocente flirt con un giovane aviatore del quale gelosamente custodiva ancora le lettere, ma vuoi paragonarlo a un diplomatico di rango? Altrettanto vero che pure Ettore avrebbe avuto una storia con una signora inglese vicina ai cinquant'anni quando lui ne aveva appena 26 e stava a Tunisi ma era stata solo un passatempo, un'avventura della solitudine che non aveva lasciato traccia.
Ettore e Vincenzina si erano sposati nella cappella del collegio torinese di San Giuseppe il 31 luglio 1938. Durante il brevissimo fidanzamento, alla stesura dell'atto dotale, il vecchio Virando aveva però preteso che il notaio mettesse nero su bianco un punto: in caso di morte della figlia, ori e soldi, anziché al marito, sarebbero tornati alla casa madre. E l'aveva fatto non perché non si fidasse del genero, venuto su a pane e formaggio e arrivato alla laurea a forza di borse di studio, ma affinché Ettore Grande, il quale mostrava apertamente un alto concetto del denaro, non fosse portato a pensare che il certificato matrimoniale potesse diventare una specie di disco verde per accedere immediatamente al patrimonio della famiglia Virando. Ma poi?
In Siam ad Arnaldo Virando non fu difficile accertare che l'armonia tra i coniugi s'era forse incrinata prima ancora che sbarcassero dal "Conte Rosso". A testimoniarlo c'erano pure le lettere di Vincenzina inviate durante il viaggio da varie località. Lui, completamente astemio e nemico giurato del fumo, incominciava a rimproverarle di bere e fumare il doppio di quando l'aveva conosciuta. Lei si lamentava che per lenire la nostalgia di Torino e della famiglia non vedeva intorno a sé l'atmosfera giusta. I 20 italiani che già vivevano nel Siam avevano fatto trovare nell'appartamento del hotel "Oriental" di Bangkok sul fiume Menam, occupato dai coniugi Grande, enormi cesti di fiori. E lei aveva subito fraternizzato con il console, con altri funzionari e con le loro mogli, tutti molto gentili nel cercare di renderle gradevole la città. Ma Vincenzina non era contenta e scriveva già ai genitori: "Immaginavo molto di più. Tutto è abbastanza uniforme nel suo colore, purtroppo abbastanza sporco dappertutto. Questa è la città più terribilmente monotona che possa esistere, divorata dalle zanzare, sempre tenuta sveglia dall'afa...".
Dall'albergo si erano trasferiti in una villetta della Rajadamri Road, con giardino e laghetto, sette domestici indigeni a servirli. E Nina, in difficoltà anche perché conosceva solo l'italiano in posti dove si parlava inglese e francese, nella nuova dimora sembrava rifiorita, al punto che la sera del 22 novembre al "Circolo dello Sport" aveva accettato di cantare un pezzo della "Fedora". Ecco perché al mattino dopo, la voce che s'era "sparata" era circolata tra molta incredulità. La polizia era arrivata intorno alle 9 e 15, ora locale. Il sangue sul cuscino e sul pavimento della camera matrimoniale era stato immediatamente lavato dagli inservienti, i quali raccontavano che il dottor Ettore Grande era stato portato via dai colleghi dell'ambasciata in uno stato pietoso. La salma era stata rivestita e composta. La pistola del fattaccio, una "Browning 6,35", ormai scarica, era stata rimessa in un cassetto del comò.
Per il medico, che per primo aveva visto il cadavere, si trattava di suicidio. Idem per quel funzionario dell'ambasciata che aveva avuto modo di raccogliere il racconto del vedovo: si era alzato alle sei; era andato in bagno per radersi; poi sotto la doccia aveva sentito come un rumore proveniente dalla camera matrimoniale; aveva creduto che fosse caduto un vaso ed era corso a vedere. Altro che vaso! Ecco Nina, tutta sporca di sangue, dibattersi e gemere nel suo letto.
"Emottisi", aveva pensato. E aveva chiamato il primo cameriere, ordinandogli di andare a chiamare un medico tedesco, amico di famiglia. Poi era tornato in bagno per prelevare qualcosa con cui tamponare l'emorragia, quando aveva sentito "rimbombare nella stanza due spari". Ma era mai possibile ammazzarsi in due tempi? "Devi aver preso un abbaglio", gli aveva detto il medico . "Devo essermi ingannato", si era convinto alla fine lo stesso Ettore Grande. Ed ecco il telegramma a Torino. Ecco la decisione dei Virando di andare in Siam.
Presto emerse un'altra verità: Vincenzina era stata uccisa. Dal marito, secondo l'accusa. Ma il 15 dicembre 1951, dopo 127 mesi di carcere, Ettore Grande sarà riconosciuto innocente. Quella morte rimaneva un mistero.
L'imputato si protestò innocente. I difensori ribadirono che nella carriera di un diplomatico il suicidio della moglie era un fatto ben più grave della separazione. Alla fine, sempre nel 1941, Ettore Grande venne giudicato "colpevole di omicidio aggravato" e condannato a 24 anni di reclusione. Ma nel gennaio del 1943, mentre imperversava la guerra, la Cassazione annullò il verdetto "per difetto di motivazione". Il dibattimento così ricominciò alla Corte d'Assise di Novara nell'autunno del 1946: non c'era più Ciano, era caduto il fascismo, era finita la guerra, i giornali diedero fiato alle trombe. E la difesa del diplomatico, supplementi di perizie in mano, si batté per dimostrare che il foro alla nuca della morta non era stato prodotto da una quarta rivoltellata, bensì dalla sporgenza ossea della seconda vertebra cervicale, il cosiddetto "dente dell'epistrofeo". E Nina si era davvero uccisa, sissignori, con tre pallottole e in due tempi, come era accaduto in altri casi e come dimostravano le statistiche.
Morto l'avvocato Bentini, Grande venne patrocinato da Giuliano Allegra e Giacomo Delitala, il quale esibì subito un giornale del 1908 in cui si parlava di un tentativo di suicidio sul Po per motivi familiari dell'allora sedicenne Carla Remondini. "Falso! - urlò la mamma della Nina -. Fu un incidente. Feci una scivolata nell'erba bagnata, perciò caddi nel fiume". L'avvocato Allegra parlò di un altro zio di Nina, suicida a New York. Si cercò insomma di dimostrare che Vincenzina Virando fosse incline all'autodistruzione "per atavismo". Insorsero i difensori di parte civile: Nina era sana, aveva un fisico saldo come la sua mente ed era sin troppo religiosa e attaccata alla famiglia perché potesse pensare a un atto inconsulto. Dunque, omicidio. Il verdetto arrivò il 15 novembre del 1946. E fu di assoluzione per insufficienza di prove. Ma la Cassazione intervenne per la seconda volta e tornò ad annullare la sentenza "per difetto di motivazione".
Il terzo dibattimento iniziò a Bologna il 18 ottobre 1951. I tre periti dissero subito che la tesi dei quattro proiettili, con relativo colpo di grazia, era a conti fatti più attendibile della tesi dell'epistrofeo e dei tre proiettili. "Ma perché - singhiozzò Grande - avrei dovuto uccidere mia moglie? Non certo per la carriera, visto che avevo già raggiunto il grado di viceconsole. Non certo per il denaro, visto che il signor Virando aveva fatto redigere dal notaio un preciso atto dotale. Non per dissensi tra noi. Eravamo comunque in luna di miele. La mia famiglia si è rovinata, mia madre è morta di crepacuore, mio padre è un cencio. Ve lo giuro davanti a Dio: io sono innocente".
Nell'aula risuonò il pianto a dirotto di molte popolane, contagiate dal suo giuramento. E incominciò ad aleggiare lo spettro che ad uccidere potesse essere stato un indigeno, in un Siam devastato anche dall'amok (una specie di follia omicida sotto la cui azione l'individuo ammazza chiunque gli capiti a tiro) e dal magaglap (un'esaltazione che fa propendere gli asiatici per le donne bionde, soprattutto europee, pronti a uccidere se rifiutano l'amplesso). E la villetta dei Grande a Bangkok non aveva neppure le finestre.
Fu battaglia senza esclusione di colpi tra accusa e difesa. E molti interrogativi restarono senza risposta. Quando fu la volta di Giacomo Delitala, che per decenni avrebbe poi dominato la scena di molte aule giudiziarie e cattedre universitarie, la sua voce diventò impietosa, quasi un urlo: "Chiedo che a quest'uomo siano spalancate le porte del carcere con la formula che sola, nella specie, è rispondente all'equità: l'assoluzione piena". E il 15 dicembre 1951 il verdetto fu di assoluzione "per non aver commesso il fatto".
Ettore Grande venne scarcerato il giorno stesso. Disse che avrebbe lasciato la carriera, invece dopo qualche anno alla Farnesina, accettò la trasferta in Bulgaria, dove conobbe Barbara Raceeva, una bellissima poliglotta: la sposò nonostante il parere contrario del ministero degli Esteri che impediva le nozze tra un diplomatico e una profuga politica. Grande dovette davvero lasciare momentaneamente la carriera ma venne riammesso e trasferito a Bengasi con la moglie al seguito. Finì in bellezza nel 1971 a Rio De Janeiro come console generale. Si scrisse che lavorava da tempo a un'autobiografia, ma la gente anche stavolta aveva già dimenticato quella sua breve storia d'amore, finita male con la brava e bella torinese e già inghiottita tra "i misteri d'Italia". Unica verità sancita dalla legge, quindi nel nome del popolo italiano: Grande era stato messo in carcere e aveva patito le pene dell'inferno. Però alla fine dell'iter processuale era risultato innocente: lo Stato dunque gli doveva solo delle scuse e riparare alle sofferenze che ingiustamente lui aveva patito. Restava dunque insoluto l'interrogativo base: poiché Ettore Grande non aveva ucciso la bella, brava e onesta Vincenzina Virando, chi l'aveva privata della vita, impedendole di tornare alla sua Torino e alla sua famiglia d'origine?

(Eva Ferrero, Si è spento Pier Antonio Gagna, risolse il caso Grande-Virando. L’ultimo Sherlock Holmes 10 anni vissuti in un giallo, La Stampa 6 agosto 1992).
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